Il significato del contatto fisico nella coppia e il nostro modo di vivere l’affetto

“Il mio partner mi abbraccia poco. Non cerca quasi mai il contatto fisico. Io, invece, ne avrei bisogno. Significa che non mi ama abbastanza?”

È una domanda che può nascere quando il nostro modo di esprimere e ricevere affetto sembra molto diverso da quello della persona che abbiamo accanto.

C’è chi cerca spontaneamente un abbraccio, chi ama addormentarsi mantenendo un piccolo contatto con il partner – una mano, un piede, una gamba che si sfiora – e chi, invece, per stare bene ha bisogno di maggiore spazio fisico.

Ma che cosa ci dice la psicologia di queste differenze?

E soprattutto: quanto possiamo davvero misurare l’affetto attraverso il contatto fisico?

Proviamo per un momento a capovolgere la domanda iniziale.

Se qualcuno ci abbraccia spesso, significa necessariamente che in quell’abbraccio ci sentiremo amati?

Probabilmente no.

Un abbraccio può essere caldo, accogliente, capace di farci sentire al sicuro. Ma può anche essere distratto, automatico, distante.

Allo stesso modo, l’assenza di un abbraccio non coincide necessariamente con l’assenza di affetto.

Contatto fisico e affettività sono profondamente legati, ma non sono sinonimi.

Per comprenderne il motivo può essere utile tornare molto indietro nella nostra storia. A un tempo in cui non avevamo ancora le parole per dire ciò di cui avevamo bisogno.

Prima delle parole c’è il corpo

Quando nasce, un bambino non può chiedere:

“Ci sei quando ho bisogno di te?”

Può però sperimentarlo.

Attraverso il modo in cui viene preso in braccio, una voce familiare, uno sguardo, il calore della pelle, la vicinanza di qualcuno che risponde ai suoi segnali.

Il corpo è, in un certo senso, il nostro primo alfabeto relazionale.

Molto prima di imparare a parlare, iniziamo a conoscere la relazione attraverso esperienze fatte di presenza, distanza, voce, sguardi e contatto.

Già alla fine degli anni Cinquanta, i celebri studi di Harry Harlow sui piccoli di macaco contribuirono a mettere in discussione l’idea che il legame con la figura di accudimento potesse essere spiegato semplicemente attraverso la soddisfazione di bisogni primari come la fame. I piccoli trascorrevano molto più tempo a contatto con una madre surrogata morbida rispetto a una struttura di filo metallico e, nelle situazioni di paura, tendevano a cercare proprio quella vicinanza. Si trattava di studi su primati non umani, condotti attraverso procedure che oggi pongono importanti questioni etiche, ma che hanno avuto un notevole valore storico nello studio dell’attaccamento e del cosiddetto contact comfort.

Negli stessi decenni, il lavoro di John Bowlby e successivamente le ricerche di Mary Ainsworth contribuirono a comprendere quanto la disponibilità della figura di accudimento e la possibilità di ricercarne la vicinanza facciano parte dello sviluppo della sicurezza relazionale.

Uno studio successivo particolarmente interessante è quello di Anisfeld e collaboratori. Un gruppo di madri di neonati ricevette un marsupio morbido, pensato per favorire un maggiore contatto fisico, mentre un gruppo di confronto ricevette un seggiolino. A 13 mesi, nel campione studiato, i bambini del primo gruppo risultarono più frequentemente classificati con attaccamento sicuro attraverso la Strange Situation. È un risultato interessante, ma da leggere nel suo contesto e senza trasformarlo nell’equazione “più contatto = automaticamente attaccamento sicuro”.

Anche le ricerche contemporanee sul cosiddetto affectionate touch – il contatto affettuoso, che comprende per esempio carezze delicate, pressione e l’essere tenuti – mostrano come il contatto corporeo partecipi allo sviluppo dei sistemi coinvolti nella regolazione dello stress e ai processi di sincronizzazione e relazione tra bambino e caregiver.

Questo, però, non significa che esista una semplice equazione:

molti abbracci = molto amore = maggiore sicurezza.

La relazione umana è decisamente più complessa.

Non conta soltanto essere tenuti. Conta come veniamo tenuti

Immaginiamo due abbracci.

Da fuori potrebbero sembrare identici: due persone si avvicinano e si stringono.

Nel primo, però, troviamo qualcuno presente, disponibile, capace di accogliere ciò che stiamo vivendo.

Nel secondo troviamo un gesto automatico, mentre l’altra persona è emotivamente altrove.

Il gesto è lo stesso.

L’esperienza può essere completamente diversa.

Perché il calore di un abbraccio non dipende soltanto dalle braccia.

Dipende anche dalla presenza, dalla disponibilità, dall’ascolto, dalla sensibilità verso l’altro e dal rispetto dei suoi confini.

Vale anche nell’infanzia.

Un bambino può ricevere molto contatto fisico e, contemporaneamente, sperimentare un adulto poco disponibile rispetto ad alcuni suoi bisogni. Un altro può crescere in una famiglia meno incline agli abbracci, ma trovare figure attente, prevedibili e capaci di rispondere ai suoi segnali.

Il contatto corporeo è quindi una parte importante della relazione, non la misura assoluta della sua qualità.

Perché alcune persone hanno più bisogno di contatto fisico di altre?

Crescendo, quel primo alfabeto diventa progressivamente più complesso.

Potremmo immaginare che ciascuno di noi sviluppi un proprio vocabolario dell’affetto.

Per qualcuno la vicinanza passa spontaneamente attraverso il corpo: abbracciare, accarezzare, tenersi per mano, sedersi vicini.

Per un’altra persona il contatto può essere piacevole, ma non rappresentare il principale modo di sentirsi legata agli altri.

Per qualcun altro ancora una vicinanza fisica molto intensa può essere vissuta con disagio o come invasiva.

Come si costruiscono queste differenze?

Non esiste una causa unica.

Possono contribuire il temperamento, le esperienze relazionali, il modo in cui nella propria famiglia veniva espresso l’affetto, il contesto culturale, i modelli che abbiamo osservato, le relazioni vissute nel corso della vita e il modo in cui sono stati rispettati – oppure oltrepassati – i nostri confini corporei.

Ecco perché sarebbe semplicistico pensare:

“Non ama essere abbracciato perché da bambino non lo hanno abbracciato abbastanza.”

Da una preferenza adulta non possiamo ricostruire automaticamente una storia psicologica.

Possiamo però chiederci quale significato abbia assunto, per quella persona, la vicinanza fisica.

Anche quel piccolo bisogno di mantenere una mano sul partner mentre ci si addormenta, per esempio, non possiede un significato psicologico universale. Per qualcuno può essere rassicurante, per qualcun altro un gesto di intimità, per un altro ancora semplicemente un’abitudine piacevole.

La domanda interessante non è quindi “che cosa significa in assoluto?”, ma:

“Che cosa significa per me?”

Se il mio partner non mi abbraccia, significa che non mi ama?

Torniamo così alla domanda dalla quale siamo partiti.

Forse potremmo provare a modificarla.

Non soltanto:

“Quanto mi abbraccia?”

ma:

“Come mi incontra?”

Quando parlo, sento che c’è?

Quando sono in difficoltà, riesce a rimanere accanto a me?

Mi sento ascoltato?

Mi sento visto?

Posso esprimere un bisogno senza sentirmi giudicato?

I miei confini vengono rispettati?

E quando mi abbraccia, come mi sento dentro quell’abbraccio?

Perché si può essere abbracciati e non sentirsi accolti.

Si può ricevere una carezza e non sentirsi compresi.

Si può dormire ogni notte a pochi centimetri di distanza e sentirsi emotivamente molto lontani.

Così come una persona poco incline alla fisicità può manifestare il proprio affetto attraverso l’attenzione, l’ascolto, la cura, l’affidabilità, la disponibilità o semplicemente attraverso il fatto di esserci quando ne abbiamo bisogno.

Il gesto e il significato del gesto non sono necessariamente la stessa cosa.

Quando nella coppia il bisogno di contatto fisico è diverso

A questo punto potrebbe sorgere un’altra domanda:

“Se per il mio partner il contatto fisico è poco importante, devo semplicemente accettarlo?”

Non necessariamente.

Comprendere da dove possa derivare una differenza non significa negare il proprio bisogno.

Immaginiamo due persone che parlano due lingue affettive differenti.

Una dice:

“Quando mi abbracci sento che sei vicino a me.”

L’altra potrebbe pensare:

“Ma io ti dimostro continuamente che ti amo. Ci sono quando hai bisogno, mi occupo di te, ti ascolto. Perché un abbraccio dovrebbe essere così importante?”

Entrambe potrebbero essere sincere.

Eppure entrambe potrebbero finire per sentirsi incomprese.

Il punto, allora, non è stabilire quale delle due modalità sia quella “giusta”.

È riuscire a riconoscere che ciò che per me è spontaneo non è necessariamente ciò che permette all’altro di sentirsi accolto.

Una relazione richiede anche una certa curiosità verso il mondo dell’altra persona.

Posso provare a comprendere perché per te un abbraccio sia così importante.

E tu puoi provare a comprendere perché per me il contatto abbia un significato diverso.

A volte l’incontro può cominciare proprio da qui:

“Per me essere abbracciato è importante. So che per te forse non lo è nello stesso modo. Possiamo trovare un modo per venirci incontro?”

Non si tratta di pretendere un gesto né di costringere qualcuno a una vicinanza che non desidera.

Si tratta di poter portare nella relazione anche i propri bisogni, ascoltando contemporaneamente quelli dell’altro.

Un abbraccio non è soltanto un abbraccio

Forse è proprio questo uno degli aspetti più affascinanti del contatto umano.

Un gesto apparentemente semplicissimo può contenere significati molto diversi.

Un abbraccio può dire:

“Ti aspettavo.”

“Mi sei mancato.”

“Non so cosa dirti, ma sono qui.”

“Ho bisogno di sentirti vicino.”

Oppure può non riuscire a dire nulla di tutto questo.

Perché ciò che rende affettivo un gesto non è soltanto la sua forma esteriore, ma ciò che accade nella relazione tra due persone mentre quel gesto avviene.

Potremmo allora pensare all’affetto non come a una lingua universale che tutti parliamo nello stesso modo, ma come a tante lingue che impariamo nel corso della nostra storia.

Per qualcuno l’amore passa facilmente attraverso le mani, la pelle, un abbraccio.

Per qualcun altro attraverso una parola, uno sguardo, un gesto di cura, l’ascolto o la capacità di esserci.

Forse una relazione non ci chiede necessariamente di parlare la stessa lingua.

Ci chiede, però, di essere disponibili a imparare qualcosa della lingua dell’altro.

E allora, invece di domandarci soltanto:

“Mi abbraccia abbastanza?”

potremmo provare a chiederci:

“Che cosa mi fa sentire davvero accolto e amato? Riesco a comunicarlo all’altra persona? E io, in quale modo le faccio sentire la mia presenza?”

A volte, per comprendere un abbraccio, bisogna guardare anche a tutto ciò che accade intorno a quelle braccia.


Riferimenti

Harlow, H. F. (1958). The Nature of Love. American Psychologist, 13, 673–685.

Ainsworth, M. D. S., Blehar, M. C., Waters, E., & Wall, S. (1978). Patterns of Attachment: A Psychological Study of the Strange Situation. Lawrence Erlbaum Associates.

Anisfeld, E., Casper, V., Nozyce, M., & Cunningham, N. (1990). Does infant carrying promote attachment? An experimental study of the effects of increased physical contact on the development of attachment. Child Development, 61(5), 1617–1627.

Carozza, S., & Leong, V. (2021). The Role of Affectionate Caregiver Touch in Early Neurodevelopment and Parent–Infant Interactional Synchrony. Frontiers in Neuroscience, 14, 613378.